domenica 23 ottobre 2011

E' un po' che trascuro il blog, ma...

.. ho scritto un paio di articoli sul forum Education 2.0

Uno riguarda la prassi di osservare i prof. in Regno Unito. Lo trovate cliccando qui

Un altro riguarda le prove "standardizzate" in Inghilterra e similitudini e differenze con le prove INVALSI in Italia. Questo è il link.

Se volete, leggete e commentate. A presto!

martedì 1 marzo 2011

Scuola pubblica e scuola privata

Leggiucchiando i giornali. Si parla di scuola? Il soggetto, si sa, è un fenomeno carsico. Per qualche giorno occupa pagine e pagine, poi si attenua, si inabissa, riappare inopinatamente, quando meno te lo aspetti. Stesso corso sussultorio per i temi. Dal generale al particolare, dall’aspetto professionale a quello organizzativo, a quello dirimente e totalizzante dei finanziamenti. Oggi la vivacità è garantita dall’intervento, in termini calcistici si direbbe a gamba tesa, nientedimeno che del Presidente del Consiglio. Il tema: scuola pubblica e scuola privata. O meglio, scuola di Stato e scuola “libera”...

Era da qualche tempo che non se aveva notizia in pubblici dibattiti salvo che per le periodiche assicurazioni del Governo che, risparmi o non risparmi, i finanziamenti alle scuole paritarie non si toccano anzi si accrescono e per le rituali e ormai anche un po’ stanche proteste di qualche operatore scolastico non tanto laico rigoroso (oggi il termine di moda è”radical chic”) quanto esasperato dalla cronica carenza di risorse e dall’essere costretti a vivere di questue, collette e balzelli per le più elementari necessità di mantenimento.

Altolà! Stavolta, il tono e il livello dell'intervento si elevano ai fondamentali diritti di libertà. Altro che fotocopie, gessetti (ma dov’è la digitalizzazione diffusa?), carta igienica! È in gioco la sacrosanta libertà delle famiglie, quelle famiglie che oggi - dice "lui" - sono costrette a consegnare i figlioli alla scuola di Stato ed all’indottrinamento di docenti comunisti annidati in quelle aule cadenti e tra quelle mura perennemente scrostate per la sistematica assenza di manutenzione. Pensate un po’. In quelle condizioni, in effetti da “socialismo reale”, un irriducibile spirito settario - sembra - ha introdotto di nuovo lo stato etico di totalitaria e infelice memoria. Non più “etica fascista” come avveniva nel Ventennio ’20 – ’40 ma "etica comunista" portata in salvo non si sa come dal crollo di un mondo sprofondato da oltre vent’anni.

Prevedibili le proteste generali: protestano i presidi, protestano i sindacati per una volta unitari - anche quelli paragovernativi. Protesta, ritualmente, l’opposizione. Da parte governativa reazioni altrettanto prevedibili: è il solito fraintendimento in malafede. Noi siamo il fare; e faremo, stiamo facendo la scuola del futuro, libera da condizionamenti e ideologie. La scuola delle famiglie. No alla scuola dei prof. politicizzati. E basta con il sessantotto.

Un istante di riflessione. Libertà conculcata? Non sembrerebbe proprio vista l’estrema varietà degli orientamenti politici - e religiosi - della classe docente. Qualche docente ideologizzato? Probabilmente, ma certo del tutto marginale e dall’efficacia sugli alunni assai meno che dubbia. Il problema, stando a quel che se ne sente e legge, è semmai quello di farsi sentire da ragazzi distratti, demotivati, senza prospettive. Non sarà invece che da qualche parte si pensi in realtà ad una nuova “scuola etica”? Di un’etica, questa volta, non politica - di Stato - ma confessionale, di religione.

Attenzione! È una grossa partita. E gli esiti sono difficili da prevedere. Infatti, perché non si consente ad ogni gruppo sociale, confessionale o no, di farsi una scuola? Così avremo una scuola cattolica, una scuola del libero pensiero, una comunista (se esiste ancora chi vi possa insegnare…) e poi fa tanto comodo, una scuola islamica, perché no? È stato ventilato periodicamente da ambienti qualificati. Motivazioni, quante se ne vuole. Libertà delle famiglie, principio di sussidiarietà, federalismo, che di questi tempi non guasta mai, economie, lotta agli sprechi, basta un po’ di fantasia.
Penserebbe poi il potere politico, quello che ha i cordoni della borsa, a fare la differenza. Nella situazione attuale è fuori dubbio che sarebbero le scuole di matrice cattolica, confessionali o di area, a trovarsi oggettivamente in vantaggio. Una fetta a enti politici localistici, leggi scuole padane, una fettina anche a qualche scuola islamica, magari utile a impaurire, sarebbe un prezzo del tutto accettabile. Che sia questa la conclusione di una lunga marcia? All’inizio dell’800 l’istruzione era monopolio di enti ecclesiastici. Le leggi che hanno accompagnato l’unificazione hanno spostato il monopolio allo Stato in quanto si riteneva suo dovere provvedere prima all’alfabetizzazione e via via allo sviluppo dell’istruzione, che in questa ottica non poteva che essere pubblica, cioè di Stato. Con l’ammorbidirsi delle posizioni pregiudizialmente laiciste si è fatto spazio, sia pure limitato, ad un’istruzione di matrice confessionale di vario ordine e grado soprattutto nelle scuole elementari, spazio gradualmente ampliato in parallelo con le norme concordatarie del 1929 e poi del 1985. C’è un discorso a parte per le scuole materne, in massima parte confessionali fino al 1968, anno di istituzione della scuola materna statale (l. 444). E anche allora, affiorano i ricordi, l’integrazione iniziale avvenne in modo da non togliere, giustamente, troppo spazio all’esistente.
La carta costituzionale (art. 33) riconobbe il diritto per enti e privati a istituire scuole “senza oneri per lo Stato”. Ne derivò un sistema parallelo su vari livelli. Scuole parificate, sussidiate, pareggiate, con riconoscimento legale, con semplice presa d’atto. Diverse le situazioni, a seconda della tipologia di scuola: materna, elementare o secondaria, e del gestore, privato o ente. Diverso anche il grado di collegamento con la pubblica amministrazione. Varie le possibilità di finanziamento in ragione delle funzioni e delle attività svolte. Di fatto il principio di esclusione di oneri a carico dello Stato non risultava nella pratica corrente così “esclusivo” come apparirebbe dalla lettera del testo costituzionale.
La materia, come tutti sappiamo, è oggi regolata dalla legge n. 62 del 10 marzo del 2000 “Norme sulla parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione” e successive integrazioni. La norma, “fermo restando quanto previsto dall’art. 33, c. 2 della Costituzione”, istituisce il Sistema nazionale di istruzione costituito dalle scuole statali e dalle scuole private e degli enti locali. Queste ultime hanno “piena libertà di orientamento culturale e di indirizzo pedagogico - didattico”. Inoltre, “il progetto educativo indica l’eventuale ispirazione di carattere culturale e religioso”. Conseguentemente al nuovo assetto del Sistema, per rendere effettivo il diritto allo studio e all’istruzione lo Stato adotta un piano straordinario di finanziamento alle regioni e alle provincie autonome per sostenere le spese sostenute dalle famiglie. Nel corso degli anni il volume dei finanziamenti si è incrementato sia per trasferimenti dallo Stato, sia, talora, per interventi delle regioni, nell’ambito di proprie competenze. Per un riscontro basterà scorrere i recenti provvedimenti ministeriali in materia.
Diventa ora più chiaro dove vada a parare la libertà delle famiglie di orientare la loro scelta ad una scuola coerente con il proprio orientamento culturale e religioso (o vogliamo anche aggiungere politico?). Come si garantisce l’effettivo esercizio della libertà di scelta? Si spostano i finanziamenti all’interno del Sistema scolastico nazionale dalle scuole statali alle scuole paritarie e il gioco è fatto. Il cerchio si chiude e così pure la “lunga marcia”. Da un lato una scuola di qualità, ricca, prevalentemente se non essenzialmente “libera”. Dall’altro una scuola “di scarico” statale, sempre più ridotta e povera per le classi subalterne. Non tutto in una volta, chiaro: si procede gradualmente, a dosi omeopatiche, e, comunque, nell’ambito della legislazione vigente. Il bilancio lo vota la maggioranza parlamentare.
Fantascienza, lettura eccessiva di un passaggio propagandistico, di un “segnale” a chi di dovere? È bene non esagerare con gli allarmismi. Non vediamo tutto nero seppia. Probabilmente è il solito polverone. Con l’aria che tira però… Chi dispone di una palla di vetro? Si faccia avanti.

P.S. Le ultime dalla politica. Il presidente: il solito travisamento di questa opposizione. Scontato. L’opposizione: il ministro si dimetta, scendiamo in piazza. Scontato. Il ministro: la scuola non è di una parte politica, ecco il frutto delle assunzioni di massa di insegnanti dequalificati, sottopagati e politicizzati. Non è una novità. Il portavoce: è proprio così. La scuola è in mano ai comunisti. È per questo che è agli ultimi posti. Le statistiche OCSE ci danno ragione. Però… magari si potrà tornare su. Forse, un’altra volta...

sabato 2 ottobre 2010

Il piatto forte!

Loooong time ago, promisi di dedicare qualche altro post alle strategie di insegnamento in voga in UK. Come vi spiegavo (con il tono di chi la sa lunga!) la lezione preferita dall’Ofsted (l’orrido ufficio ispettivo) e raccomandata agli apprendisti prof. è normalmente divisa in tre (almeno) parti: lo starter, la “main” e la plenary. Vi dicevo in quella circostanza che, per quanto questa struttura sia a volte trattata come un feticcio, io la trovo molto utile come base di partenza. In quest’ultimo anno ho insegnato soprattutto alla Sixth Form, ragazzi di quasi 18 anni che fanno corsi pre-universitari, che in qualche modo hanno “scelto” di essere lì e spesso hanno bisogno di voti alti o almeno decenti per essere ammessi nell’Università dove hanno fatto domanda. Beh, anche con loro, a parte qualche volta, non posso permettermi di parlare tutta l’ora. Semplicemente non funziona, il messaggio non arriva come dovrebbe. O, almeno, c’è modo di farlo arrivare meglio. Continua... Bene, una volta che (sperabilmente) i piccoli omicidi hanno superato lo starter, si sono ambientati nella classe e hanno accettato l’idea di trascorrere la prossima ora in tua compagnia… beh, adesso è il caso di INSEGNARGLI qualcosa, magari! A tale scopo, dobbiamo cucinare un “piatto forte” che sia gustoso, o almeno non disgustoso, che sia masticabile e che non si piazzi troppo sullo stomaco. Può essere una sola attività molto strutturata, ma io uso più spesso una sequenza di due o tre attività connesse l’una con l’altra. L’idea di fondo è che, almeno per un terzo della lezione (sui 20 minuti, se la lezione è di un’ora) i bambini cannibali – o i 17enni ormonali sempre sull’orlo di una crisi di riso irrefrenabile o di una disputa ideologico-religioso-esistenziale – lavorino attivamente e indipendentemente, da soli o in gruppo, per appropriarsi dei contenuti della lezione. A seconda della materia che insegni, del tuo stile e dei tuoi alunni, quest’idea ti sembrerà senso comune o pura utopia. Dunque, i problemi sono due. Uno è decidere come portare i ragazzi a questa situazione di lavoro “attivo & indipendente”. In molte materie (tipo quelle che insegno io: Scienze e Chimica) per affrontare un’attività su un argomento nuovo i ragazzi hanno bisogno di informazioni. Queste possono essere date con una classica spiegazione dalla lavagna o da altro punto della classe, oppure con un video, oppure con un’attività comune che si focalizzi (per esempio) sul “mettere ordine” in un insieme di parole e/o immagini mostrate sulla lavagna. A me piacciono anche le attività “cinestetiche” in cui parte della classe o (meglio) tutta la classe “recita” un particolare processo biologico o chimico seguendo istruzioni date da me o (anche meglio) da qualcuno di loro. Anche processi di approccio al nuovo contenuto sotto forma di gioco possono funzionare bene (tipo, in gruppi si deve ri-disegnare un diagramma complesso che i membri del gruppo hanno visto solo 10 secondi ciascuno). Alcuni insegnanti, tipo il mio collega di musica, tendono a buttare subito in pista i ragazzi nel lavoro indipendente, dando loro solo le istruzioni essenziali per lavorare in gruppo. Questo, che può sembrare troppo facile o troppo difficile, presuppone che all’inizio dell’anno i ragazzi apprendano una serie di routines e una serie di criteri con cui il loro lavoro sarà valutato. Il mio amico riesce a farlo funzionare molto bene grazie alla sua tirannica disciplina e alla qualità delle linee risorse scritte che fornisce (bisogna anche dire che viene a scuola il sabato e la festa per prepararle, a volte, cosa non consigliabile). Il secondo problema è prevedere quale/i attività i ragazzi dovranno affrontare “da soli”. E’ importante che esse non siano fuori portata (“Cosa sono questi numeretti del xxxx? Se lancio palline di carta impregnate di saliva e muco appiccicoso nel collo di Ed, sarà sicuramente un modo migliore di passare l’ora…”) o troppo semplice (“Che è ‘sta domandina? Mr Mafia mi ha forse preso per una poppante? Quale onta! Adesso gli faccio vedere che NON lo sono improvvisando una sessione di sesso acrobatico con Jamie…”). E’ anche opportuno variare il tipo di attività (“UN ALTRO POSTER???? Ma cosa ci fa questo pervertito con i nostri poster? Mi vedo costretto a fargli presente che con questa carta da pacchi mi ci pulisco il xxxx.”) Scherzi a parte, ma neanche troppo, il mio ideale è di focalizzare ogni lezione su un’attività che coinvolga, che costringa a pensare, che costruisca qualcosa di nuovo nel loro cervello (e a volte nel loro cuore!) e possibilmente li faccia interagire fra di loro, almeno per parte del tempo. In Scienze la main può anche essere un esperimento seguito da relazione o discussione. In questo caso la parte introduttiva consisterà nelle istruzioni. Fin dai tirocini del mio PGCE, mi sono abituato a dare le mie istruzioni tramite diversi canali. Per esempio, sono sulla lavagna e le dimostro gestualmente una per una prima di cominciare. Oppure sono in un foglio e ogni tre minuti do l’istruzione di passare al punto successivo. Questo in realtà è un buon criterio per qualunque spiegazione, anche concettuale. Più stimoli si usano (parole, immagini, gesti etc.) più è verosimile che ognuno capisca qualcosa. A volte, fra la prima e la seconda parte della main, si mette una “mini plenary”. Lo scopo di una “plenary” come vedremo nel post dedicato, è di vedere se i ragazzi hanno raggiunto gli obiettivi della lezione (e di farlo capire anche a loro!) Mettere una piccola plenary subito prima di farli lavorare da soli aiuta a capire se hanno agguantato le informazioni di cui hanno bisogno per lavorare da soli. Perché il tutto non sembri troppo astratto, vi elenco una serie di modi che ho usato varie volte per strutturare la main. - Videoclip con domande, esercizi scritti da completare, seconda parte del video con il compito di generare loro stessi delle domande a partire dal video. - Parole alla rinfusa che loro devono assemblare in una mappa concettuale, trascrivere e completare (a modo loro) questa mappa nel loro quaderno, 30 sec challenge in cui, a turno, devono parlare per 30 secondi senza interrompersi “traducendo” in discorso la mappa che hanno elaborato. - Ognuno approfondisce un determinato aspetto dell’argomento e poi deve spiegarlo alla classe, preparando anche delle domande per controllare che abbiano capito. C’è anche la variante “jigsaw” (puzzle) che mi piace molto. Qui, si fanno tre o quattro “focus groups” che studiano insieme un aspetto dell’argomento. Poi si rimescolano i gruppi e, nel nuovo gruppo, ognuno contribuisce per l’aspetto che ha approfondito. - Role play che faccia divertire e sfogare, domande di esame svolte in silenzio, scambiarsi il lavoro e correggerlo a vicenda. - Esperimento svolto da me, foglio con domande ed esercizi, esperimento che i ragazzi fanno in prima persona. - Etc. etc. etc. In genere mi piace cercare di animare anche le cose che potrebbero sembrare più noiose. Per esempio, il semplice leggere ad alta voce dal libro può essere fatto ognuno con un accento diverso, o con un’emozione diversa (pure se si tratta del legame chimico covalente, anzi: l’effetto comico è garantito). Viste le mie classi multietniche, a volte ho azzardato che si leggeva ognuno nella propria lingua di origine e gli altri dovevano indovinare in quale punto della pagina si stava leggendo (se è Francese ancora ancora, ma quando leggono in Urdu cominciano i guai!) Riassumendo, la main part di una lezione come la intendono qui è quella dove si trasmettono i contenuti. A torto o a ragione, si pensa che i ragazzi apprendono meglio se hanno modo di sperimentare in proprio con questi contenuti attraverso esercizi o altre attività. Quindi in genere si inserirà almeno un episodio di lavoro “indipendente” nella main. Personalmente, ci sono ancora occasioni in cui parlo per il grosso del tempo, magari inframezzando con domande, battute, siparietti da clown tanto per tenere viva l’attenzione. Tuttavia, il modello dell’independent work, preso flessibilmente e criticamente, mi ha aiutato a migliorare di molto la mia pratica in classe e ad aumentare le possibilità che i ragazzi imparino e (almeno a volte) si divertano. Come faccio a sapere se “ha funzionato”? Questo è il compito della PLENARY che descriverò in un altro post, possibilmente non fra un anno.

lunedì 31 maggio 2010

PGCE per Italiani I - Dove faccio domanda?

Meglio tardi che mai, inizio a postare un po' di informazioni ulteriori per i lettori (parecchi) che considerano un PGCE o stanno nel processo di ammissione. Il modo in cui fare domanda è descritto nel visitatissimo post "Come si fa ad insegnare in Inghilterra?" Qui aggiungo un po' di suggerimenti e osservazioni presi soprattutto dalle esperienze di altri che ci hanno provato o ci stanno provando e che sono in contatto con me, a beneficio di chiunque sia interesato. Consiglio di ordinare al bancone una pinta di Guinness o di Real Ale e di centellinarla pian piano onde mantenersi lucidi & concentrati...

Parlando con altri poveri emigranti che si apprestano a fare il mio stesso percorso, mi sono reso conto di essere stato abbastanza fortunato per il trattamento che ho ricevuto dall'Università di York dove ho fatto il mio PGCE. Nel processo di ammissione, York mi ha risparmiato una serie di ostacoli e rigidità più o meno inutili che invece si possono incontrare in altre università. Faccio una serie di esempi:

  • L'Università X ti impone un test di Matematica durante l'interview anche se hai il livello GCSE riconosciuto, ti candidi a insegnare Lingue e comunque dovrai passare il Numeracy Skill test durante il corso.
  • L'Università Y continua a chiederti quali sono i tuoi A level dopo che gli hai detto cento volte che in Italia l'A level non esiste ma c'è un voto di maturità complessivo. In questo botta e risposta ti fanno sprecare mesi e mesi e alla fine non ti invitano per l'interview.
  • L'Università Y prima ti invita per l'interview, poi cerca di scoraggiarti in tutti i modi dicendo che sarà difficilissimo, l'anno peggiore della tua vita, etc. etc.
  • L'Università Z, senza averlo chiarito sul proprio sito, pone come condizione imprescindibile che tu faccia una settimana di observation in una scuola, è tardi e nessuna scuola ti vuole e tu sprechi altro tempo prezioso a scrivere centinaia di mail implorando che qualche scuola ti prenda.
  • L'Università Q, dopo averti ammesso in modo "unconditional", si sveglia che devi fare l'equivalency test per il GCSE in Inglese anche se hai una laurea in Inglese! In questo caso, l'Università ha poi cambiato idea, a onor del vero.

Insomma, alcune Università possono essere gratuitamente fetenti con noi poveri prof. immigrati dal sud d'Europa (del mondo?), soprattutto sui titoli di studio e su altri criteri e modalità di ammissione. Sui titoli di studio, c'è anche da dire che l'istituzione Inglese preposta al riconoscimento (il NARIC) spesso valuta i titoli in modo particolarmente tirchio, tirando a riconoscere il meno possibile. (Altrettanto, ahimè, mi hanno detto che può succedere in Italia con i titoli Inglesi: bella integrazione europea!) Ergo, se l'Università non usa il buon senso, non sarà il NARIC ad aiutarvi o a supportare le tue richieste, per quanto teoricamente giuste.

Tutto ciò rende cruciale la scelta di quali Università includere nelle quattro preferenze a tua disposizione. Ma come si fa a scegliere in maniera tale da prevenire malintesi, estenuanti negoziati & conseguenti crisi di nervi e di vocazione (all’insegnamento)?

Ho già scritto che è importante prendere contatti informali con le Università prima di includerle nella vostra rosa di preferenze. Non insisterò mai abbastanza sul fatto che prima di completare la tua domanda sul sito del gttr dovresti mandare una mail alle varie Università che offrono il vostro corso e non includere fra le vostre scelte nessuna Università che non ti abbia risposto in maniera incoraggiante.

Adesso aggiungo qualche suggerimento più specifico.

  • Innanzitutto, nella tua prima mail ad un'Università che offre il corso che ti interessa, chiarisci molto bene che hai un titolo di scuola secondaria italiani che non è completamente sovrapponibili con quelli inglesi.
  • Caso mai, in una seconda mail, specifica che i nostri titoli di scuola media e di scuola superiore sono il risultato di una valutazione complessiva e non c'è un voto legale specifico per materia (subject specific) e che studiamo più materie fino alla fine della scuola secondaria.
  • Chiedi chiaramente e direttamente se loro sarebbero disposti a considerare la tua application dati i titoli che tu hai, e a che condizioni (se vogliono un equivalency test, se lo offrono loro, se accettano quello fatto con la Equivalency Testing etc.) Stressa il fatto che hai bisogno di sapere il più presto possibile se i tuoi titoli (qualifications) sarebbero un problema per non mettere a rischio la tua ammissione in altri corsi.
  • Se non ottieni risposte chiare sulla questione dei GCSE, scegli soltanto università che ti offrano la possibilità di svolgere un equivalency test in English, Maths o entrambi.
  • Chiedi una descrizione puntuale del processo dell'interview: le cose che ti si chiederà, le prove che dovrai superare etc. Questo ti metterà in grado, sia pure in maniera imperfetta, di confrontare le differenti università e di capire se in un certo posto alcuni punti dell'interview sarebbero particolarmente ostici per te.
  • Chiedi se ci sono requisiti particolari per essere considerati e fai riferimento specifico all'observation a scuola. Chiedi se è indifferente, se è necessario o se è un fattore di preferenza ma non indispensabile.

Queste risposte dovrebbero metterti al riparo da brutte sorprese, o almeno prevenirne alcune. Magari qualche università non ti darà queste informazioni in tempo utile, ma se scrivi a molti ci sono buone probabilità che almeno tre o quattro che ti rispondano cose precise ed incoraggianti, così inserirai quelle nella tua application. Per scegliere la preferenza, regolati con l’impressione che ti fanno i loro programmi pubblicizzati sul sito, su dove ti piacerebbe di più vivere (io consiglio sempre i campus rispetto alle università cittadine), su quanto ti sembra facile o difficile l’interview etc. Non includere fra le tue preferenze nessuna università con cui non hai chiarito questi punti: rischi di perdere tempo.

In più, chi sta progettando quest'avventura adesso forse punta ad essere ammesso a settembre 2011 piuttosto che a settembre 2010. In questo caso:

  • Inizia tutto il processo il più presto possibile, in modo da avere le tue risposte e fare le tue scelte entro Ottobre prossimo.
  • Accordati ora con una o più scuole per qualche giorno di observation il prossimo autunno (ottobre o novembre). Da Dicembre in poi, molte scuole sono incasinate per esami, pagelle etc. ma la prima parte dell'anno scolastico è ragionevolmente tranquilla, quindi è quella in cui è più consigliabile chiedere ad una scuola il favore di accoglierti. Se sei in vacanza (o meglio, disoccupato dopo la fine dell’anno scolastico) può valere la pena di chiedere anche per il prossimo periodo (fine anno scolastico, da qui al 20 Luglio). Che è pure un periodo relativamente scarico.
  • Se il tuo corso di laurea e in genere di studi ti permette di offrire più cose (per esempio più lingue), comincia adesso a ripassare in modo da essere in grado di giocarti tutto quello che ragionevolmente puoi offrire (tipo, due lingue invece di una o tre invece di due). Lo stesso per Scienze: in questo caso considera che anche se sei Biologo si aspetteranno che tu insegni un po’ di Fisica e Chimica fino al GCSE, e viceversa.

Mi pare che ci questo sia tutto, sull'argomento. Presto aggiungerò un post sulle difficoltà del PGCE e, in genere, della scuola Inglese e su come prevenirle.

Keep in touch!

giovedì 28 gennaio 2010

Chi fa gli esami???

Gli esami non finiscono mai…

Sara che sono il solito sentimentale unprofessional, ma gli esami dei ragazzi mi stressano (quasi) come fossero i miei. Dico sempre che il primo anno che insegnavo è stata la mia seconda maturità, visto che i marmocchi (cresciutelli assai) che ho seguito per sette mesi poi me li sono trovati davanti come membro di commissione. Un conflitto di interessi niente male  che in UK non può avvenire e non so se dolermene o rallegrarmene…

Qui, c’è da dire, il coinvolgimento emotivo è anche peggiore perchè nella (spietata) meritocrazia britannica sai che il voto in quell’esame può fare una grossa differenza nel futuro del ragazzo. L’Università che vuole potrebbe non accettarlo con meno del massimo, addirittura la facoltà che vuole potrebbe essergli preclusa quasi dovunque se non prende un certo voto (è così almeno per Medicina). In compenso non c’è nessun conflitto di interessi (o di coscienza) possibile: gli esami glie li fa qualcun altro. A scuola arrivano i test il giorno stesso, tu come insegnante dai una pacca sulle spalle di incoraggiamento e poi devi uscire dall’aula, i ragazzi completano il test in un silenzio di tomba e il test suddetto viene portato a far correggere altrove. Dopo un paio di mesi esce fuori il verdetto...

Chi si occupa di elaborare e correggere gli esami sono le cosiddette “exam boards”, autorità indipendenti preposte alla valutazione ufficiale del livello di preparazione degli studenti. Sono quattro-cinque in tutto il Regno Unito. Quelle diffuse ovunque sono la OCR, la AQA e la Edexcel. In ogni scuola, il singolo Dipartimento (Scienze, Arte, Matematica etc.) sceglie la “specification” da seguire, legata ad una particolare exam board che fornisce il programma e approva i libri di testo. Alcune exam board offrono più di una specification con differenze anche notevoli sull’approccio educativo-didattico. Per Chimica, per esempio, la OCR offre una specification “tradizionale” focalizzata su un insegnamento sistematico e astratto a fianco ad una specification più “sperimentale” (la Salters, sviluppata fra gli altri dalla mia tutor di York) basata sull’aspetto concreto, applicativo, investigativo. Tutte le exam boards rispondono alla QCA (Qualification and Curriculum Authority) che stabilisce i contenuti e i criteri generali di valutazione.

Da un certo punto di vista, confrontato con quello Italiano, questo sistema sembrerebbe perfetto. Pensateci per un momento. Un voto che significa LA STESSA COSA da Torino a Palermo (pardon, da Brighton a Newcastle). Le scuole non possono barare, nessuno può dire “vieni da me che è più facile”. Le scuole private (attenzione!) per attrarre “clienti” devono dimostrare che sono serie e ottengono risultati migliori. I risultati medi ottenuti dalle singole scuole sono a disposizione del pubblico. E, poi, una valutazione che responsabilizza i ragazzi, che sanno che la loro mancanza di impegno può chiudergli certe porte in modo quasi definitivo (possibilità di recupero esistono, ma sono complicate e impegnative, assai più che ripetere un anno o andare fuori corso in Italia).

Sembrerebbe. La perfezione non è di questo mondo e in particolare non sembra albergare nei sistemi scolastici a qualunque latitudine. Dunque, facciamo un po’ le pulci a questo sistema “oggettivo” di valutazione. In questo momento abbiamo buon gioco: la prova della OCR per Biologia A level uscita lunedì scorso conteneva un sacco di cose “extra” rispetto al programma da loro stessi fornito e su facebook sta montando la protesta dei diciottenni (compresi i miei ragazzi).

Punto primo: chi decide i contenuti “importanti”? I programmi ministeriali Italiani sono noti per la loro immutabile rigidezza e anacronismo. Quelli Inglesi sono molto più flessibili e rispondono in tempo reale alle sollecitazioni dei tempi, che significa (anche) alle mode e alla politica. Ti puoi facilmente trovare con un programma mutilato di contenuti importanti, o focalizzato su contenuti banali e noiosi che qualcuno ha deciso “rilevanti per il contesto socio-cultural-etc.”. In questo caso, omunque ci devi stare perchè sono quelle le conoscenze che decideranno del futuro dei ragazzi. Questo, a onor del vero, vale soprattutto per i GCSE (il titolo preso a 16 anni) mentre gli A-level (presi a 18 anni come la nostra maturità) sono più esposti al giudizio delle Università che vogliono costruirci sopra senza dover ricominciare da capo, specie nelle lauree scientifiche.

Punto secondo: cosa è “sufficiente” o “eccellente”? L’output di un test all’Inglese è un numero, una percentuale. Chi decide l’interpretazione di questo risultato. La stessa exam board, che nel farlo è influenzata da una serie di pressioni. Il governo vuole dimostrare che la preparazione dei ragazzi che escono da scuola è in miglioramento, come risultato delle mirabolanti Strategies messe a punto dagli esperti Newlabour. Le Università (specie quelle “top” tipo Oxford e Cambridge) vogliono selezione: solo i migliori dei migliori devono prendere A o A* (nuovo voto venuto fuori per ovviare all’eccesso di A). Se dagli esami escono troppi voti massimi, le Università stesse saranno costrette a spendere una marea di risorse per fare loro stesse la selezione all’ingresso, mentre è molto più comodo se la selezione la fa la scuola (fra l’altro, dicono, questo sarebbe anche il mestiere della scuola stessa). Aggiungiamo i tabloid che AMANO parlare di scuola e alternano ai loro servizi sui maniaci sessuali in cattedra (risultato, attento a come guardi i ragazzi o rischi la denuncia) servizi su come era seria la scuola di una volta in confronto a questi buonisti che regalano il massimo a tutti etc. E se non bastasse, le elezioni si avvicinano…

Punto terzo: solo scritto? Questo è un aspetto meno “contingente” e più insito nella mentalità anglosassone. Emprirismo, dati concreti, criteri certi e trasparenti. Agli occhi di molti, qui, l’esame orale appare 1) sommamente inefficiente per il tempo e le energie richieste 2) spaventosamente soggettivo (una parola che gli Inglesi vedono come il fumo negli occhi, se si tratta di valutazione). Io ho interrogato gente in Italia e somministrato test nell’isola delle nebbie. Devo dire che l’interrogazione, se ben usata, è più accurata nel saggiare l’effettiva comprensione di un concetto. E’ uno strumento adattabile, ogni domanda può essere influenzata dalla risposta precendente e scavare in una determinata direzione. Indubbiamente, i risultati ottenuti sono più soggettivi e meno “comparabili”: ogni esame orale fa storia a sè.

Dunque? Dunque boh! Il carattere stringente (e insieme mutevole e imprevedibile) della valutazione Inglese può dare ai nervi e umiliare il prof. che vorrebbe insegnare cose più “serie” e rilevanti di quelle che si trova nel curriculum. D’altra parte, è così per tutti. Lo sforzo di “imparare a passare l’esame” fornisce uno strumento per confrontare risultati ottenuti in situazioni molto diverse. Il mio sogno sarebbe un integrazione fra giudizio della scuola e valutazione esterna sulla base di criteri stabiliti. Attenzione, neanche questo sarebbe perfetto: qualcuno deve stabilire i criteri, ed è sempre un giudizio opinabile. Tuttavia, penso che in Italia sia l’assenza di criteri condivisi (imposti dall’alto?) a rovinarci. “Mi ha messo 4” o “mi ha messo 8” sono frasi che qui non hanno senso: il ragazzo conosce i criteri (il prof. deve esporglieli chiaramente) e poi dipende da lui.

Ancora boh! Poi, detto fra noi, la valutazione non mi ha mai particolarmente appassionato. Però la storia che quello che diamo non è misurabile (o si misura solo sui grandi numeri e sul lungo perido), ancorchè in parte vera, mi sembra l’alibi perfetto per non rendere mai conto a nessuno. Che è poi quello di cui, in malafede, ci accusano gli smantellatori della scuola.

BOHHHH!!!!!

giovedì 24 dicembre 2009

Merry Christmas!

Tra impegni scolastici Inglesi e acciacchi di età Italiani è da un po’ che non aggiorniamo il blog. Ce ne scusiamo con lettori ed estimatori, sperando che loro vogliano conservarci la loro attenzione & affezione. Vedremo, per quanto possibile, di farci vivi più spesso nei prossimi “terms” (il “trimestre” Inglese, come sanno quelli di voi che si preparano a lavorare da quelle parti).

Ignorando la political correctness, e quale che che sia il vostro credo o non credo religioso, politico etc., Buon Natale a tutti!

Una breve sintesi degli ultimi accadimenti scolastici nel Bel Paese...

- le migliaia di precari che erano a spasso a Settembre, per quanto ne sappiamo, continuano in buona parte ad essere a spasso, comunque nessuno ne parla. Certo, la notizia o è di giornata (e va in TV) o non esiste

- la riforma Gelmini procede come un carro armato con relativo taglio di cattedre e assenza di quattrini financo per le prime necessità (carta da fotocopie e carta igienica), non si parli dei soldi per le supplenze. Un ostacolo imprevisto alla marcia: il Consiglio di Stato ha bloccato i regolamenti attuativi nella parte riguardante i Licei per eccesso di delega. Fuori dal giuridichese: il Ministro nel suo sacro entusiasmo è andata oltre i limiti fissati dal Parlamento (che ancora esiste). Approfondimenti sulle motivazioni arriveranno se e quando ne sapremo di più.

- feroci polemiche in seguito alla decisione della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (che per inciso non è un’organismo dell’Unione Europea ma del Consiglio d’Europa preesistente alla stessa CEE) di espellere il Crocifisso dalle aule scolastiche. Fiera insurrezione di Ministro, Governo e ultraclericali assortiti accreditatisi come defensores fidei. Pari reazione da parte di anticlericali, ateo-razionalisti-mangiapreti, giuristi e ultrà del politically correct. Gli uni e gli altri non hanno perso l’occasione per esprimere il peggio di sè. Comunque non approfondiamo. E’ tempo di relax e affetti famigliari, e allora: “Pace in terra agli uomini di buona (mah…) volontà.”

- il richiamo Natalizio e cultural-religioso ci porta all’ultimo evento. Anche quest’anno un gruppo di Docenti e Dirigenti ha ritenuto di abolire il Presepe. Offendeva i bimbi musulmani, sempre in una unilaterale interpretazione del politically correct. Molti, per buona misura, hanno esteso il coprifuoco a qualunque simbolo celebrativo del Natale, compreso il pagano abete natalizio. Immediate ed immancabili le feroci polemiche. Da ogni lato spuntano come funghi i difensori della tradizione (nell’intervallo fra un matrimonio celtico e un White Christmas razzista). Non ci permettiamo di approfondire un argomento così elevato. Informiamo solo che le scuole di Inghilterra (patria del politically correct) in questo momento sono piene di decorazioni e simboli natalizi. Sono anche piene di alunni e di insegnanti muslim.

Basta così. Di nuovo buon Natale a tutti!

Teachtofly & The wise old man (per l’occasione in divisa da Re Magio o pastore a scelta, PER FAVORE non Babbo Natale!)

venerdì 13 novembre 2009

Precariato IV – Ultimo atto???

Ultimissime sul decreto. Novembre. Autunno inoltrato. Tempo variabile, primi freddi, prime inondazioni e frane. Consuete lamentazioni sul dissesto idrogeologico, l’abusivismo selvaggio, i disastri annunciati. Un passaggio d’obbligo; da archiviare fino alla prossima occasione. Un bel cappuccino è quello che ci vuole. Si sfoglia il giornale. Le notizie del giorno: il “virus A”, la politica, l’economia, lo sport…. non c’è molto da stare allegri. La scuola non è più d’attualità. Non tutti i giorni e non da prima pagina. Ma le cose procedono. Ne troviamo via via notizia sui giornali.

Da ultimo, l’approvazione della Camera dei deputati, il 21 ottobre, delle “Disposizioni urgenti per garantire la continuità di servizio scolastico ed educativo per l’anno 2009-2010”... Il decreto “a favore” dei precari che non hanno avuto rinnovato il contratto annuale a seguito dei recenti tagli di bilancio è passato alla Camera. Il Senato lo ha preso in carico il 5 novembre; dovrebbe essere approvato definitivamente a breve, comunque, entro il 25. Nel corso del dibattito, alquanto agitato, il testo originario è stato variamente rimaneggiato e integrato, con emendamenti vari, sia di parte governativa che parlamentare.

In particolare, si specifica che l’eventuale trasformazione in contratto a tempo indeterminato non si blocca, ovviamente, se si tratta di immissioni in ruolo in attuazione delle attuali norme sulle graduatorie; la precedenza nelle graduatorie di istituto si estende al personale, sempre inserito nelle graduatorie ad esaurimento, che lo scorso anno “abbia conseguito una supplenza di almeno 180 giorni… attraverso le graduatorie di istituto”. Infine, “al fine di favorire l’occupazione e la formazione nonché la ricollocazione” dei soggetti di cui si tratta si applica la legge “a sostegno di famiglie, lavoro, occupazione….” emanata in inizio d’anno (l. n. 2/09) per far fronte alle conseguenze della crisi economica. Allo stesso fine è stato modificato il d. lgv. 276 del 2003 sull’occupazione e il mercato del lavoro. Resta immutata la possibilità di partecipare a progetti concordati da amministrazione scolastica e regioni, a spese delle medesime, nonché la valutazione dell’intero anno di servizio ai soli fini del punteggio.

Con l’occasione, sono state prese in considerazione alcune situazioni controverse. Il problema dei ricorsi per l’inserimento “a pettine” è stato risolto, per il biennio 2007-2009, con un’interpretazione autentica che conferma l’inserimento dopo l’ultima posizione di terza fascia per le opzioni per altre province. Per i bienni successivi, il decreto per “l’integrazione e l’aggiornamento….. è improntato al principio riconoscimento del diritto di ciascun candidato al trasferimento” ad altra provincia “con il riconoscimento del punteggio e della conseguente posizione in graduatoria”. Altre situazioni – concorsi a preside, abilitazioni con riserva - sono state definite con sanatorie. Vengono previsti maggiori controlli per la legge 104 (assistenza a famigliari e relative agevolazioni).

Il progresso digitale consentirà anche convocazioni con posta elettronica. Alcune misure in merito all’utilizzo delle risorse finanziarie e in materia di libri di testo, all’anagrafe e alla valutazione degli studenti completano il decreto nella versione ora al Senato. Il testo definitivo a fine mese.

Riflessioni finali. Questo il punto della situazione. A oggi. Il problema viene accantonato; per ora. Ci sarà qualche protesta di chi è rimasto fuori in ogni caso. Anche per la scuola si parlerà d’altro. C’è sicuramente molto a cominciare dal riordinamento complessivo dei cicli di istruzione. I precari torneranno di attualità – forse – all’inizio dell’anno scolastico. A quel momento si cominceranno a sentire anche gli effetti delle ristrutturazioni in atto. E, chissà, forse prenderà corpo una soluzione organica del problema. La commissione parlamentare sta lavorando. Vedremo. L’aver incluso i precari tra i disoccupati da assistere “ricollocare” indicherebbe la volontà di giungere ad una “soluzione finale” e di cambiare sistema. Staremo a vedere. Per ora siamo ancora agli interventi tampone sotto forma delle disposizioni urgenti. Il temine fa sentire la nostalgia di anni lontani. Quante altre disposizioni urgenti! Tra un sistema di reclutamento definitivo e l’altro, tra un provvedimento definitivo per eliminare il precariato e il successivo.

Da sempre sembra di vivere di “disposizioni urgenti”. Ci sarà pure qualche motivo. Fatto sta che sembra, ma forse i ricordi tradiscono, che la scuola sia passata da un provvedimento di emergenza a un altro. Da un’immissione in ruolo ad un’altra. La mente, e soprattutto quella di un anziano, non ce la fa a risalire in un labirinto di rinvii da una norma all’altra stratificate nel tempo. Un esempio? L’art. 1 del decreto legge: “all’art. 4 della legge 3 maggio 1999, n. 124, dopo il comma 14 è aggiunto, in fine, il seguente 14 bis…. in base alle graduatorie previste dalla presente legge e dall’art. 1, comma 605, lettera c), della legge 27 dicembre 2006, e successive modificazioni”. Niente paura. È normale tecnica legislativa. Uno studio sistematico? ne vale la pena? Basta qualche ricordo…. aiuta a ringiovanire. Si potrebbe provare. Per oggi basta riflettere. Ci si stanca e a una certa età rischia di deprimere.

martedì 3 novembre 2009

Proposta indecente...

Indovinate? Un ITIS di Roma dove ho già insegnato per un mese in passato mi offre una supplenza fino al termine delle lezioni! L'offerta ("eventuale" supplenza con il solito sistema, ti presenti e si fa il terno al lotto di chi ha un punto di più) mi è arrivata via mail: quanta tecnologia!
Piccolo particolare: trattasi di 3 ore (3!!!) settimanali. Ok, un tempo ho accettato anch'io tre ore perchè "faceva punteggio"... E magari qualcuno, grazie a quelle 3 ore, riuscirà ad avere un due terzi di stipendio invece di mezzo, oppure mezzo invece di un quarto.
Nonostante tutte le difficoltà umane e professionali che un povero prof. emigrante può incontrare (e non sono poche)... tiro un sospiro di sollievo e cestino la mail.

Forza e coraggio a tutti i precari!

giovedì 22 ottobre 2009

Gruppo Facebook

Ultimamente ho ricevuto un bel po' di richieste di informazioni e contatti a proposito dell'insegnamento all'estero e ho pensato di creare un gruppo Facebook per discussione e scambio di informazioni utili fra prof. Italiani a casa o emigrati o in procinto di emigrare, e magari chissà anche fra prof. di altri paesi. Per chi volesse iscriversi o dare un'occhiata, il nome è "European teachers - Insegnanti in giro per l'Europa".

I have recently received quite a great deal of requests for information and contacts related to the experience of teaching in another country. So I have created a Facebook group aimed to discussion and information exchange among Italian teachers at home or abroad or about to move abroad. Maybe it will be used also by some "sir" or "miss" from other countries in Europe. If you are interested, the name of the group is "European teachers - Insegnanti in giro per l'Europa"

Precariato III - Precari for ever and ever?

Le novità di fine settembre. Siamo a metà ottobre. Improvvisamente, come accade di questi tempi, l’aria è rinfrescata di colpo. O forse sono le vecchie ossa che la percepiscono subito. Non è più tempo di stare all’aria aperta. Per un vecchio signore è meglio qualcosa di caldo al bar. I precari? Cortei non se ne sentono più... Il Ministro, va detto, pur tra tanti impegni, ha pensato anche a loro. Ha emanato un apposito decreto legge (n. 134 del 25 settembre) “Disposizioni urgenti al fine di garantire la continuità e la qualità del servizio scolastico ed educativo per l’anno scolastico 2009 – 2010”.

Forse le provvidenze disposte dal ministro non erano ancora a conoscenza o apprezzate nel giusto merito dai dimostranti del 3. Sarebbe interessante avere qualche commento sui risultati. Di che si tratta? Ecco qua. ….. in deroga alla legge 124 del 1999” concede ai precari che lo scorso anno hanno avuto un contratto a tempo determinato di durata annuale o fino al termine delle attività didattiche e rimasti ora “a spasso” per carenza di posti disponibili avranno la precedenza assoluta nelle graduatorie di circolo e di istituto. Beninteso, è tassativamente e espressamente esclusa la trasformazione in lavoro a tempo indeterminato o la maturazione di anzianità utile a progressioni economiche. Un’altra opportunità per le autorità scolastiche: possono attivare in collaborazione con le regioni progetti di tre mesi prorogabili a otto a favore prioritariamente a favore dei lavoratori di cui sopra che percepiscano l’indennità di disoccupazione. Sempre che le regioni mettano a disposizione le risorse finanziarie. Una variante di precariato sovvenzionato dal territorio.

Dal precariato alle graduatorie. Riprendiamo il filo. A ben vedere una quota di precari , o, come si dice “nel buon tempo antico”, non di ruolo, è presente da sempre nella scuola italiana. I posti di ruolo sono assegnati con il contagocce, i docenti fanno un periodo iniziale non di ruolo; un concorso dopo l’altro, prima o poi in ruolo si entra. Alla prima occasione i più preparati, gli altri a seguire. Il sistema è generalmente accettato. C’è chi, senza alcun demerito, entra in ruolo dopo anni. Per i pochi che non entrano in ruolo, niente paura. La progressiva anzianità garantisce comunque l’incarico per l’anno successivo. Per i meccanismi stessi di assunzione residua regolarmente una certa disponibilità. I concorsi vengono banditi ogni biennio, puntualmente per la scuola elementare a livello provinciale, ma con sostanziale regolarità anche per le secondarie a livello nazionale. Per queste ultime ogni anno si aprono ai neolaureati le sessioni di esami di abilitazione. Il sistema è funzionale ad una scuola di limitate dimensioni e con ritmi regolari di incrementi e di turn over. Il personale precario si mantiene in dimensioni limitate e comunque in progressivo fisiologico assorbimento. Il buon tempo antico passa. Arrivavano i tempi moderni. Le dimensioni si dilatano, i tempi operativi non si contraggono, anzi si dilatano a loro volta, il sistema non regge. È difficile tenere in uno stato di precarietà permanente un numero così elevato di persone. Il fenomeno assume dimensioni tali da renderne incontenibile la pressione. Che si fa? Si mettono in fila i precari presenti in una graduatoria da “esaurire” con la progressiva assunzione in pianta stabile. Unico criterio di selezione, gli anni passati in cattedra. In breve arriva la prima “graduatoria ad esaurimento”. Guardiamo la successione di date. 1962: legge sulla scuola media unica e conseguente espansione scolastica. 1965 (legge n. 336): graduatorie ad esaurimento. Il bis l’anno successivo (legge n. 603). È un criterio di selezione valido? E’ lecito dubitarne.

Si scorrono le graduatorie. Il concorso in soffitta? In effetti al principio lo scorrimento delle graduatorie come sistema di selezione è percepito come un periodo transitorio, di emergenza, da “esaurire” in breve, con il ritorno ad un sistema istituzionale. Di fatto, procedure concorsuali sono state bandite ed espletate senza però mai riuscire a divenire un elemento strutturale e sistematico di selezione, nonostante la normativa le consideri tuttora tali. Ciò in parallelo con le diverse leggi di “contenimento” e “assorbimento” del precariato. In concreto, ciò che doveva essere la norma di fatto è contingente; ciò che doveva essere contingente è di fatto la norma. La riprova? L’ultimo concorso si è svolto nel 1998.

Il precariato si autoalimenta. La situazione ha continuato a riprodursi negli anni anche quando la popolazione scolastica si è venuta progressivamente a contrarre per il calo della natalità e nonostante le successive leggi, tutte dirette a superare il fenomeno. È proprio vero che nel nostro paese non c’è niente di più definitivo del provvisorio, come sosteneva un vecchio uomo politico che la sapeva lunga. Due prime conclusioni si possono trarre, sia pure provvisoriamente. Il precariato è un dato di fatto da quasi mezzo secolo. Pare difficile attribuirne la responsabilità a specifici orientamenti politici, culturali, di costume. Se responsabilità politiche vi sono, sembrerebbe equo ripartirle fra i vari governi succedutisi nel tempo e altri soggetti, gruppi di pressione, sindacati…. Nel frattempo, stando ai fatti, si continuerebbero ad assumere precari riproducendo le inevitabili aspettative. Si potrebbero delineare alcuni motivi ricorrenti nella successione di norme e progetti. Sistemi di selezione inadeguati alle esigenze funzionali; una rigidità nel sistema che non consente, ad esempio, di assicurare le sostituzioni per periodi limitati senza creare ulteriori aspettative; la convinzione “illuministica” di una riforma di immediata operatività senza una accurata e credibile transizione. Una scorsa alla successione normativa è illuminante…. La serie storica abbozzata può essere di aiuto. Qualche ricordo personale… sarà per un’altra volta, se ci sarà. L’aria è rinfrescata, è proprio il caso di rientrare. Forse un sintetico parallelo tra norme e risultati aiuterebbe a spiegare….. Forse ci si tornerà, forse….

Precariato II – Usque tandem?

Settembre. È tempo di precari. Veramente siamo già in ottobre. Sabato 3. Questo settembre sembra perpetuarsi nel dolce pomeriggio dell’autunno romano. E anche certi problemi di questo settembre. E di tanti altri. Dal Viale Trastevere, fronte Ministero, in arte MIUR, gli slogan dei precari in corteo che affollano la via, tanti e con tanta rabbia, sovrastano gli abituali rumori del centro anziani con annessa bocciofila. Poveri figli! Tocca a loro di pagare in prima persona e da subito la cura da cavallo del Ministro. Poche storie, la scuola pubblica va rifatta. Le spese debordano, i test OCSE sui livelli di apprendimento sono impietosi. Via gli sprechi, basta con i sessantotini, via, in primis, la pletora di insegnanti precari risultato della politica assistenziale delle sinistre…

Si capisce che chi si è visto sparire il posto di lavoro, sia pure precario e retribuito solo per 10 mesi, non voglia convincersi di essere lui il primo a pagare il conto e quindi recalcitri e cerchi di farsi sentire. Per il Ministro la responsabilità è tutta del malgoverno delle sinistre. Provvedimenti chirurgici si impongono per uscire dalla crisi. A chi tocca, tocca. Il problema dei precari va risolto una volta per tutte. È il tema di questo settembre. Il vecchio funzionario riflette. Per quanto ricorda, i precari ci sono da sempre. Ma forse l’età gioca dei brutti scherzi. Vediamo di riprendere il filo dei ricordi. il rumore del corteo aiuta a risalire nel passato. Cortei di ogni genere, nel corso degli anni, e, puntualmente, a settembre, già, i precari.

Heri dicebamus. Dicevamo ieri, per chi non ha fatto studi classici. Che volete per generazioni funzionari, giuristi, professori, sono cresciute nel latinorum. Per un vecchio funzionario la citazione latina è un habitus – o deformazione? – mentale. Persino quando pensa. O ci prova. Vediamo; ieri si affacciava il sospetto di un fenomeno strutturale del sistema scolastico, visto che il problema di sistemare il personale precario risale agli anni ’60. Pensiamoci su. Cosa succede proprio agli inizi di quegli anni? Ma sì, la riforma della scuola media.

La scuola media unica. Più alunni più insegnanti. Anno 1962. La legge 1859 del 31 dicembre istituisce la scuola media unica. Un momento storico. L’istruzione obbligatoria – gratuita - è estesa per i tre anni successivi alla scuola elementare. Scompaiono la scuola media d’ingresso al ginnasio e quella di “avviamento al lavoro”. Una scuola secondaria uguale per tutti per dare a tutti uguali opportunità. Si dà piena attuazione all’art. 34 della Costituzione, sono le parole del legislatore dell’epoca. Ma soprattutto si avvia la scolarizzazione di massa. Un processo che si svilupperà in termini esponenziali negli anni successivi estendendosi progressivamente all’intera scuola secondaria. Anno dopo anno sempre più alunni affluiscono nelle strutture scolastiche. È il momento del boom economico, ma anche delle nascite, il baby boom. Occorrono strutture, risorse, per quanto ci interessa, più insegnati, le risorse umane. Fin dal primo anno e, via via, sempre di più.

Più insegnanti più precari. La conseguenza sembrerebbe fisiologica. Semplice. Servono più insegnanti, si ampliano i ruoli organici. E qui cominciano i problemi. Ampliare gli organici? Il Ministero del Tesoro inorridisce. Il personale di ruolo costituisce una spesa fissa a tempo indeterminato, progressioni stipendiali sia pur modeste. Il precario costa meno. L’importante è tirare al risparmio. Per l’immediato bastano i supplenti. Ma anche la Pubblica Istruzione ha i suoi problemi. Per entrare in ruolo occorre superare il pubblico concorso. Lo stabilisce la Costituzione. Le procedure concorsuali hanno i loro tempi: bando di concorso – da registrare alla Corte dei Conti; nomina delle commissioni; prove scritte; correzione degli elaborati; prove orali; pubblicazione della graduatoria – pure da registrare alla Corte dei Conti; infine, nomina dei vincitori. Tempi tecnici tali da rendere problematico seguire le dinamiche della scuola degli anni ’60. I supplenti, invece, sono disponibili in tempo reale, quasi. Niente di nuovo. La presenza di un certo numero di avventizi è fisiologica al sistema per via delle sostituzioni e dei tempi tecnici per colmare i posti vacanti. Ogni volta che il docente si assenta oppure va in pensione qualcuno deve coprire quel posto. Uno più, uno meno… E, allora, come si provvede? Si assumono tanti precari, poi si vedrà. Prende corpo la natura strutturale del precariato. Una condizione transitoria e marginale diventa permanente.

Ma qui si spengono le luci; si chiude, è ora di rientrare. In tutti i sensi. Il corso dei ricordi si interrompe bruscamente. Uno dei prossimi giorni proveremo a riprendere il filo.

mercoledì 21 ottobre 2009

Why do you want to be a teacher???

E’ la domanda che nessuno mi ha mai fatto in Italia… e che tutti mi hanno fatto in Inghilterra. C’è un documento ufficiale per rispondere (lo so, sono VERAMENTE troppo formali) e questo documento si chiama personal statement. I miei lettori che stanno pensando di abilitarsi in UK si trovano (o si troveranno) a scrivere il proprio. Più di uno mi ha chiesto consiglio. Allora ho pensato di riprendere quello che avevo scritto quando ho fatto domanda per il PGCE, di correggere i mostruosi errori di grammatica e lessico (mammamia! tre anni fa il mio Inglese faceva ribrezzo… come hanno fatto a invitami per il colloquio??) e pubblicarlo qui. Ringrazio tutti quelli che mi hanno chiesto notizie per avermi dato l’occasione di rivederlo e, di conseguenza, di riflettere ancora sulle mie motivazioni di prof…

I am glad to have the opportunity to clarify my motivations in choosing a career as a teacher.

One of the main reasons for this choice is my passion for education and more generally for working with people. I believe in human relationships and I like to take care of people at work as well as in daily life. Particularly, I am passionate about helping young people to grow up, to face the life better and better and to realize their true human potential. This experience has played a major role in my life for a long time: before approaching professional teaching I have worked for thirteen years as a volunteer in one of the biggest church associations in Italy, focused on human and Christian education of young people. In this association I have been responsible for young people activities in the whole Diocese of Rome.

Another reason is my passion for Science. I am interested in scientific thinking and culture since I was a child. I like to work out answers for questions using reflection and scientific study. I have always been curious about how nature, life and technology work, and how I can work on them. I see Science as a powerful and important point of view on the world. However, I do not feel that Science is the only point of view. I chose a scientific Degree course after a humanistic high school and I am interested in relationship between Humanities, Arts and Sciences as parts of a global education. I have also taken musical education up to Conservatoire level.

My professional experience as a supply teacher is also involved in my choice to apply for this course. Last year I have had opportunity to work as a teacher for a long period, including being part of a commission for Italian High School Diploma, and I am continuing now in different schools. Therefore, I have already experienced the job of teaching and I have realized how much this job can be fulfilling and inspirational for me. I feel I can realize myself in teaching much more than in other scientific jobs. In this job, I feel I can work to realize the values I believe in. I feel closer to myself and I have the opportunity to follow my passion for both science and education in one job. I would like to stress that I really enjoy being a teacher even if so far I have taught in quite difficult schools, with widely diffuse problems of behaviour and motivation. It may be relevant to know that I have also had previous work experiences in totally different contexts such as universities and companies and I can say by experience that I teaching is my favourite job.

It can be useful to clarify why I am planning a teacher training and a teaching career in England. Though I believe in my work, I am not fully satisfied with the way teaching is considered and teachers are trained in Italy. I have collected a great deal of information about English school system and teacher training and I have been impressed by the emphasis put on motivation and professionalism of teachers. Later, I have visited schools and PGCE providers in England and my first impression has been confirmed. I am sure that an English PGCE would be the best way to improve my professional skills and an English school would be the right environment for me to work.

All the reasons I have exposed make me believe that I am the right candidate for your course. I have strong motivation and I believe in education. I have had a lot of different experiences that involved working with people and I have achieved high level skills in human relationships, communication and motivation, job planning and team working. I have a serious scientific background focused on Chemistry including also Biology exams like Biochemistry, Microbiology and Physiology. I have received a deep general education including humanities and also music. I have also had work and experiences involving Science and Chemistry, in pure and applied research and in industry. I have a good level of English written and oral communication and I am working hard to improve it more and more. I have spent previously one year in another country (Denmark) using English for work and daily life and I know I can effectively face the work and daily life communication in another country.

venerdì 9 ottobre 2009

Una gita scolastica

Annunzio con giusto orgoglio che ho superato un’altra prova di sopravvivenza...
Ho accompagnato in gita per una giornata i miei sixth formers (i 16 - 18) senza che nessuno ci lasciasse le penne o restasse seriamente ferito. Per di più la destinazione era molto poco culturale: un “adventure park” dove ci hanno fatto arrampicare, strisciare in tunnel sotterranei e soprattutto fare una specie di skateboard giù per la collina che DECISAMENTE non è roba per me: il mio didietro deve ancora rimettersi. I ragazzi continuano a parlarne dopo settimane.
Mi chiederete: ma il viaggio di Istruzione, i saperi etc. etc.? In realtà, come ha puntualizzato il capo della sixth form, la temutissima (anche dal sottoscritto!) Ms N., NON era un viaggio di Istruzione, espressione qui poco usata, ma di “team building”. A dirlo terra terra: un esperienza che permettesse ai marmocchi cresciuti di apprezzarsi l’un l’altro, di avere qualche ricordo buffo in comune, di sperimentare in modo diverso dal solito cosa significa adattarsi, raccogliere una sfida, collaborare, fare uno sforzo, etc. Un esperienza di socialità che abbatte per un giorno (e magari oltre) i muri più o meno artificiali fra i ragazzi e anche fra “noi” e “loro”. Insomma, quello che, secondo me, è sempre stato lo scopo principale delle gite scolastiche, fin da quella raccontata nel film di Pupi Avati (magari senza tresche alunno – professoressa, va’!)
Quando ero alunno io, ricordo una discussione accesa con la mia stimatissima prof. di Storia e Filosofia proprio sulla funzione della gita scolastica, in cui io sostenevo il trascurato valore della socialità a scuola. Sono passati diciotto anni (oddio…) e io sono passato dall’altra parte della cattedra, ma su questo non ho cambiato idea. Per carità, in Italia ha un grandissimo valore portarli a vedere qualcosa di artistico e/o naturale: sarebbe probabilmente una mostruosità andare all’adventure park quando abbiamo Firenze o le Dolomiti. Tuttavia, abbandonare in parte la retorica del “Viaggio di Istruzione” potrebbe portare una salutare chiarezza. E anche aiutare a porre dei limiti: siamo qui (anche) per stare insieme, ma ci sono delle regole e sono queste.
Mi viene da pensare che questo è solo un piccolo aspetto di una filosofia della scuola che c’è qui e per cui in Italia ci manca la voglia o il coraggio o l’ingenuità o la retorica. In Inglese non esistono due parole distinte per dire “Istruzione” ed “Educazione”. “Education” è imparare le leggi che regolano la velocità di una reazione chimica in funzione delle concentrazioni dei reagenti, ma è anche imparare a vivere, felice per quanto possibile, insieme alle altre persone. È anche sapere cosa fare ad un colloquio di lavoro, a una festa di diciotto anni, al primo appuntamento. Almeno, averci pensato, averne parlato con qualcuno. Essere, in qualche misura, “preparato” per la vita e non solo per l’Università .
Su questo ci sarebbe da parlare troppo. Quindi la chiudo qui, per oggi. Grato di essere sopravvissuto alla crisi di panico di Emma nel tunnel e alle battute di Giovanni (si chiama proprio così: fra i neri Giamaicani è un nome esotico e molto popolare!) che mi faceva sicura intanto che arrampicavo. Domani però vado in viaggio di Istruzione in centro a Londra, a vedere la Galleria Nazionale dei Ritratti e la Tate Modern e magari anche Regents Park. Da solo, però, perché oggi è venerdì!! Thanks God.

mercoledì 7 ottobre 2009

The structure of the lesson I - One, two, three... START!!!!

Quassù chi ti viene ad osservare sta abbastanza attento alla struttura della tua lezione, a come hai pianificato e gestisci i diversi “episodi”, attività, etc. Io sono convinto che insegnare o educare non sia una scienza esatta, cosa che a volte ho ripetuto (con sprezzo del pericolo) anche a chi mi veniva ad osservare. Dunque diffido delle ricettine pronte per cucinare la lezione perfetta, the ultimate lesson a cui nessuno possa resistere o obiettare.
Tuttavia, studiare queste idee sulla carta e poi osservare ed essere osservato “sul campo” mi ha fatto riflettere varie volte su questo e altri aspetti. Soprattutto, mi ha provocato a superare l’idea che fare lezione sia “parlare per un’ora”. A volte parlare è quello che serve, a volte assolutamente NO. Dunque, permettetemi di spiegarvi in modo molto sintetico come vedono qui il “congegno – lezione”.
Innanzitutto ci si aspetta lezioni composte di almeno tre parti, che hanno anche un nome comunemente accettato: lo starter (l’antipasto), la main (il piatto forte) e la plenary (la parte conclusiva). In questo post vi parlo dello starter…

Lo starter è un’attività introduttiva. Può avere diverse funzioni: collegare la lezione a quelle precedenti o ad altri punti del curriculum, catturare la curiosità e l’attenzione, permettere ai ragazzi di condividere ciò che già sanno sull’argomento. Per le classi più difficili può essere un’attività quieta, un foglio che trovano sul banco (anche solo un cruciverba di parole chiave), una cosa da fare che trovano scritta sulla lavagna. In questo modo inizieranno la lezione tranquillamente e si adatteranno (forse…) all’idea di passare un’oretta in quella classe senza far male a se stessi e al prossimo. Tenete conto che in Inghilterra sono i ragazzi a cambiare classe fra una lezione e l’altra, quindi lo starter, o parte di esso, è il modo in cui li accogli in classe, nella tua materia, nella tua lezione, nel tuo “regno”.
Una cosa che in molte scuole è assolutamente obbligatoria (ricordatevene, se venite a un colloquio di lavoro qui): durante lo starter dovresti (che in Inglese significa “guai a te se non lo fai”) condividere con la classe i tuoi “learning objectives”. Cosa impariamo oggi? Che vuoi da noi? Dove vuoi andare a parare? La cosa mi sembra abbastanza sensata, nonostante un paio di volte ci sia rimasto male quando mi hanno dato un giudizio negativo o così così per non aver menzionato gli obiettivi all’inizio (ma quanto siete pedanti!). In fin dei conti, gli stiamo chiedendo (o prendendo senza permesso, se è scuola dell’obbligo) un’ora del loro tempo, un’ora in cui potrebbero giocare a pallone, sfidare la gang rivale a break dance per strada, buttarsi su un prato con una possibile anima gemella o struggersi perché la suddetta non ne vuole sapere, comporre poesie immortali o, nel peggiore dei casi, piantarsi davanti alla play station. Dunque, perché? Un perché glie lo dobbiamo. Poi gli Inglesi purosangue, quelli eredi di Locke e innamorati della ricerca empirica, vi sfodereranno le loro ricerche sul campo elaborate con rigorosi criteri statistici dalle quali emerge che condividere i tuoi obiettivi innalza il livello di motivazione, di partecipazione e il rendimento. Dunque, guai a te se non lo fai!
Io spesso approfitto della tecnologia che ci forniscono per mettere su un po’ di musica classica che distenda gli animi e inviti a non alzare troppo la voce. Sulla lavagna digitale (la salvezza per un povero prof. allergico al gesso!!) gli faccio trovare una lista di domande, oppure una sola molto complessa, oppure un’immagine da commentare, oppure ancora delle parole chiave da accoppiare o da usare per fare frasi. Prima di tutto, però, scrivono il titolo della lezione, la data e un sintetico “learning objective” sul loro quaderno. Tutto ciò sarà già sulla lavagna.
Specialmente con i piccoletti del Key Stage 3 (equivalente alla nostra scuola media), con cui trovo maggiori difficoltà di gestione, il mio scopo è costruire una sorta di routine che dia l’impressione (l’illusione? Ma in fondo insegnare è anche un gioco di prestigio…) di un certo controllo ed ordine. Io NON sono un uomo di ordine e di routine e nell’insegnare cerco di essere creativo più che si può, altrimenti mi annoio e quindi si annoiano anche loro e se loro si annoiano magari mi uccidono per passare il tempo. Però ho imparato che un certo grado di prevedibilità, specialmente in alcuni punti chiave della lezione, dà sicurezza, fornisce una cornice in cui si può lavorare.
“Ok, adesso c’è Scienze (di nuovo, Scienze, *****!): Mr Italian Mafia mi dice benvenuto come va, con quel sorriso di *****: ma che ***** ti ridi, che insegni Scienze??? Dunque: se entro lanciando coltelli o mostrando il **** a tutti potrebbe essere divertente, ma poi quello mi fa riuscire e mi fa la paternale e poi magari chiama a casa e a casa sono già nervosi per via che mia sorella porta la pistola e mio fratello si droga e la sorellina piccola si è messa a fare la *******. Adesso sono entrato, odio questa musica del ****, cosa devo fare ora? Ah, sì: prendo il mio quaderno, lo apro e scrivo quelle quattro ******* che ci sono sulla lavagna e poi faccio quella attività da ******* e che *** stramaledica questa ***** di musica che Mr PizzaSpaghetti ama così tanto. Ma che si crede, pensa di calmare i miei bollenti spiriti con questa robaccia? No, magari pensa solo di farmi addormentare, e ci sta pure riuscendo… YAWNNN… deve aver messo di nuovo il cloroformio nel condizionatore… doppio YAWNNN… vabbè, ho finito, vediamo cosa si è inventato oggi. Magari c’è modo di farci quattro risate… Purchè si cominci presto, mica sono qui ad aspettare i suoi comodi!”

Di solito cerco di dare un tempo limitato per questa attività, e per altre ma il “timing” non è esattamente il mio forte: altra cosa che può procurarmi qualche grattacapo quando ho “ospiti” puntigliosi a osservarmi. Alla fine, chiudo l’attività con domande o con qualcosa di più “dinamico”. La lavagna digitale mi permette di chiamare i ragazzi a muovere e organizzare le parole che ho scritto, o altre cose del genere. Sempre per fare domande o richiamare parole chiave (qui sono fissati con le parole chiave!) a volte gli do una palla di gommapiuma da passarsi, o gli faccio fare un gioco competitivo.
Spesso, alla fine dello starter, mostro gli obiettivi della lezione in una forma più analitica, tre punti invece di uno, e chiedo ai ragazzi di leggerli ad alta voce, sottolineandoli con uno squillo di tromba, prodotto dalla solita lavagna digitale che purtroppo non riesce a fare un espresso decente ma fa qualunque altra cosa! Con i ragazzi della sixth form (corsi preuniversitari di Chimica e Biologia) che sono lì per loro scelta, a volte mi arrischio in una breve discussione sulle loro motivazioni. Perché dovresti imparare questa cosa? Non lo sai? Allora stai qui a perdere il tuo tempo? Forza: pensa a UN motivo valido per fare lo sforzo di imparare queste cose…

Questo è quanto, alla rinfusa come sempre. Prossimamente vi parlerò delle altre due parti (o anche tre, o cinque) della lezione.

Cheers!

martedì 6 ottobre 2009

Pubblico & privato! NON mi riferisco al Presidente del Consiglio...

A cosa mi riferisco, dunque? Alla scuola, visto che siamo in un pub che ha la ventura di essere costruito sotto scuola e che, ogni venerdì sera, si riempie di vari membri del corpo insegnante. Pubblica o privata? Una birra NON basterà per rispondere alla questione.
Il rapporto OCSE-PISA consegna ai nostri studenti la maglia nera su alcune competenze di base matematiche e linguistiche rispetto alla performance degli studenti di molti altri Paesi occidentali. Di questi risultati e della loro validità si è ampiamente dibattuto in sedi ben più serie (o che almeno si prendono ben più sul serio) di questo pub.
Domanda: come vanno in questi test le scuole private Italiane?...

Sull’argomento ho trovato un articolo molto interessante, per quanto molto “schierato”, a cura di Dante Di Nanni, pubblicato sul sito di retescuole.
Se andiamo sulla preparazione accademica “di base”, chi ottiene i risultati migliori? Pubblico o privato? Stato o mercato (o no profit)?
La risposta, ovvia per molti Italiani, può sorprendere (e forse sorprendere è dir poco) qualunque insegnante, studente, genitore, cittadino del resto dell’occidente, in particolare britannico. Fondamentalmente l’Italia è l’unico paese in cui il risultato medio delle scuole private è peggiore di quello delle scuole pubbliche. L’unico, ripeto. In qualunque altro luogo della vecchia Europa industrializzata, un genitore che decide di farlo (e che se lo può permettere) paga una retta aspettandosi in cambio qualcosa di ben preciso. Un’istruzione migliore, una preparazione con una marcia in più, dei risultati eccellenti, o comunque sopra la media, che permetteranno al rampollo di far parte dell’elite invece che della massa.
Lasciando perdere tutte le discussioni che si potrebbero aprire sulla visione di scuola, educazione e società che sta dietro a queste aspettative, è indiscutibile che la famiglia sta pagando per qualcosa che vale la pena: un’eccellenza che si tradurrà in un futuro migliore per il ragazzo. È, per me, prevedibile che secondo i dati citati nello stesso articolo il Regno Unito sia il luogo dove è maggiore il valore aggiunto delle scuole private (+ 75% sulla media nazionale). Prevedibile: qui le scuole private sono un’istituzione antica, magari detestata da qualcuno ma rispettata da tutti. La scuola privata è il luogo dove ti propongono un curriculum più serio e approfondito, ti impongono una disciplina di studio più severa e delle prove più ardue che nella scuola pubblica. Di conseguenza, se lavori sodo, agli esami avrai una maggiore possibilità di raggiungere risultati eccellenti – attenzione: gli esami sono esterni e amministrati da un’autorità indipendente. Questi risultati ti permetteranno di entrare nelle migliori università e di avere una brillante carriera di ingegnere medico avvocato cattedratico etc. etc. etc.
Peter Pan, un personaggio estremamente britannico, quando dalla culla sentì suo padre fare di questi discorsi su di lui, pensò: “Fossi matto!” e volò via dalla finestra per non tornare mai più. Peter Pan è uno degli eroi della mia infanzia e non solo. Una parte di me concorda decisamente con lui. Un’altra parte di me si rifiuta di concordare perché, altrimenti, dovrei cambiare mestiere. Tuttavia, devo anche riconoscere che suo padre, alias il terribile Capitan Uncino, ha una le sue ragioni, ragioni particolarmente stringenti in una società meritocratica e competitiva. Scendendo nel mio piccolo particolare, un po’ di miei studenti pakistani o africani o caraibici vogliono diventare dottore o qualcosa del genere e io VOGLIO con tutte le mie forze che ottengano il risultato che glie lo permetterà, e gli dedico tempo, energie, pacche sulle spalle e predicozzi extra per questo. Dunque, se io faccio questo e sono “solo” un professore, perché un genitore non dovrebbe pagare una retta ad una scuola privata retrograda & classista per dare al figlio una chance in più di “farcela”, qualunque cosa ciò significhi?

Lasciamo stare questi dilemmi, e mettiamoci nei panni di uno straniero che guarda il NOSTRO sistema, le sue scuole pubbliche e private, gli studenti e le loro famiglie. La (sua) domanda sorge spontanea: COSA state pagando? Perché iscrivere un figlio ad una scuola privata, magari fare dei sacrifici per questo e poi avere risultati peggiori della scuola pubblica? Ancora: come è possibile che si conducano battaglie di opinione, di politica e persino di religione (!!!!) sul diritto al finanziamento per le scuole private, al sostegno per le famiglie che le scelgono? Diritto di avere “qualcosa di meno” per il proprio figlio?
Con pazienza (tanto è venerdì, thanks God) offrirò un altro drink al nostro interlocutore e gli spiegherò che il genitore Italiano sta, in effetti, pagando per qualcosa che “vale”. Non la preparazione, però, ma “il pezzo di carta”. La maturità – magari con un voto alto o decente – senza troppi rischi e senza troppa fatica e ansie: si sa che lo stress può essere pericoloso per gli adolescenti, poveri figli. Avendo discusso questo argomento varie volte al pub sotto scuola, guardo ormai con un certo fastidio questi Inglesi spocchiosi che dicono: ma come? Il pezzo di carta e relativo voto non corrisponde allo stesso livello in tutte le scuole del Regno – beg your pardon: della Repubblica?
Dopo avergli spiegato che no, non si può dire che un 100 (o un 10, un 8, una sufficienza, un’insufficienza grave) siano esattamente la stessa cosa in tutta Italia, azzarderò che non tutto si può misurare in modo oggettivo. Aggiungerò che certi britannici tentativi di misurare qualunque cosa rischiano di sconfinare nel ridicolo. Su questo il mio interlocutore, essendo un collega, potrebbe anche essere d’accordo con me.
Poi, per amore di completezza, dovrò aggiungere che il problema è anche un altro. Una certa quota di genitori (francamente non credo che siano poi tanti) vogliono una scuola tranquilla, senza il carnevale perenne delle occupazioni – autogestioni (tutte quelle lezioni perse e poi, oggesummio, si fermano a scuola a dormire e in quei sacchi a pelo chissà mai cosa succede!), in un ambiente più controllato e meno rischioso. Oh, do they? At school??? This is very curious… very pittoresco!
In più, concluderò, c’è una minoranza che vuole iscrivere il proprio rampollo in una scuola cattolica, in modo che gli insegnamenti ricevuti non mettano a rischio ma anzi rafforzino la Fede e i valori che il genitore con tanto sforzo e tanta buona volontà sta cercando di trasmettere. (Mmmmm… credo veramente in ciò che dico? Da cristiano, conoscendo un po’ l’ambiente, posso dire che tanta gente si pone questo problema? Da prof., conoscendo un po’ anche quell’ambiente, posso dire che orde di colleghi anticlericali si pongono il problema opposto, di scristianizzare i ragazzi? Mah!! A volte, per amor di patria ci si arrampica sugli specchi…)
Inutile porsi il problema: il collega, dopo aver offerto il suo round, mi sommerge di amichevoli osservazioni (che è la cosa peggiore che si può ricevere da un Inglese, che Dio li stramaledica!) Ma perché i genitori non fanno una campagna per una scuola più seria e aperta ad ogni punto di vista religioso? Ma perché non fate, come noi, delle scuole pubbliche confessionali (non solo cattoliche, chiaramente) purchè chi le dirige si uniformi ai programmi e ai sistemi statali e si sottoponga alle stesse rigide ispezioni? Eeeeeh??? Ma sei matto?? È contro la Costituzione e la Laicità dello stato… Senza contare il diritto dei preti ad essere padroni a casa loro… Ma perché non fate delle prove nazionali, con tutti i loro limiti, così potete confrontare il nord e il sud, il pubblico e il privato? Ma perché la Chiesa ci tiene tanto a fare catechismo a scuola? Non avete la Sunday School dopo messa, voi cattolici?Noi il catechismo lo facciamo in quella sede…
Ci rinuncio. Basta con la birra, potrei offrire un giro di tequila sale e limone adesso. Purchè, per questa sera, la piantiamo di parlare di scuola!

domenica 27 settembre 2009

Il pensierino del mese: scuola & precari

Prologo. Settembre fine estate inizio autunno. Anno scolastico appena iniziato. La stampa riscopre la scuola. Dalla bocciofila di Viale Trastevere si scorgono i fastigi del Ministero (Educazione Nazionale – si legge ancora nella vecchia iscrizione sverniciata alla buona – poi Pubblica Istruzione ora MIUR Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca). Il funzionario in pensione sfoglia pigramente il giornale; presente e passato si sovrappongono. I grandi temi: le remote stagioni della contestazione a cavallo tra anni ‘60 e ’70, i decreti delegati e gli organi collegiali del ’74, l’autonomia dell’ultimo decennio. Su tutto, la scuola da riformare che rimbalza da un governo all’altro…
E poi le cronache di settembre, i problemi di sempre: aule insufficienti e inadeguate, insegnanti che mancano, il ministro che assicura che “d’ora in poi il primo settembre tutti in cattedra”, i ricorrenti “provvedimenti urgenti per il regolare inizio dell’anno scolastico”, graduatorie da scorrere, precari in attesa. Ancora, inizia l’era delle razionalizzazioni e dei ridimensionamenti della rete scolastica, i costi da abbattere. Si va a tagliare. Guarda, guarda. È un tema sempre di attualità. Anzi, anno dopo anno si è imposto fino a diventare, da ultimo, il tema.
I tagli dell’anno. Meno occupati. Lo scorso anno ha dominato l’inizio dell’anno scolastico. Anche in questi giorni il tema è tornato puntualmente alla ribalta. Ma con una variante di non poco conto. Nella forma e nella sostanza. Ieri una generale sollevazione coinvolgeva tutta la scuola, docenti, studenti, genitori, nel rigetto dei drastici tagli annunciati dalle misure di finanza pubblica dell’agosto 2008 e concretatisi con le “disposizioni urgenti” del decreto del 1° settembre, definitive dal 31 ottobre (legge 30.10 08, n. 169). Le manifestazioni, intense e partecipate, erano seguite da una parte non trascurabile di opinione pubblica, organi di informazione, esponenti politici, nella sensazione di una scuola a rischio in quanto servizio pubblico. Oggi, lo choc è stato assorbito, si è esaurita la partecipazione, l’illusione di invertire una linea politica già decisa è rientrata. Il fatto compiuto è stato sostanzialmente accettato. Restano a dare visibilità alla protesta i precari, i soli esposti in prima persona al bisturi che incide nella carne viva, accomunati in questo alle centinaia di migliaia di lavoratori che hanno perso o rischiano in questi giorni il posto di lavoro. Non ci nascondiamo dietro un dito. La scuola è anche occupazione. Anche o prevalentemente? È un bel problema.
L’eredità del passato. Il Ministro ha le idee chiare. I governi di sinistra hanno utilizzato per lunghi anni la scuola in funzione di ammortizzatore sociale. Un uso improprio che ha prodotto un precariato abnorme e ingovernabile, costi gonfiati e un sistema inefficiente. Tutto ciò deve cessare. Sono indispensabili interventi chirurgici risolutivi. E, quindi, tirerà dritto. Per chi non riavrà il posto di lavoro si attiveranno ammortizzatori sociali di emergenza. Il precariato è l’eredità di una sinistra egualitaria e inefficiente da mettere definitivamente in soffitta. Si cambia passo.
Il passato ritorna. È il caso di riflettere. Da quando esiste il precariato? Che cosa lo ha prodotto? È stato veramente e solo il portato di un malinteso assistenzialismo o non anche di disfunzioni strutturali del sistema? Di chi le responsabilità?
Riordiniamo le idee. “Precario”. Quando la prima volta? I ricordi si perdono nella notte dei tempi. La guerra fredda, il muro di Berlino…., il “miracolo italiano”, gli anni ’60, il boom, il sorpasso con Vittorio Gassman…. Siamo invecchiati. Niente è più come allora. Possibile che solo i precari? Sembra proprio di sì.
Qualcosa emerge dalla memoria storica. Legge 463 del 1978. Piena era democristiana. Si legge nel titolo “…… misure per l’immissione in ruolo del personale precario nelle scuole materne, elementari, secondarie ed artistiche nonché nuove norme relative al reclutamento….”. Le nuove norme non sembrano però aver avuto effetti risolutivi se, a quattro anni di distanza, la legge 270 del 1982 stabilisce di “….adottare misure idonee ad evitare la formazione di precariato e sistemazione del personale precario esistente”.
Un primo punto. Agli inizi degli anni ’80 è considerato un elemento anomalo, ma ben consolidato nel sistema al punto che, a quattro anni dalle “nuove norme sul reclutamento” si richiedono misure idonee a…... Si potrebbe provare a risalire nel tempo e azzardare qualche ipotesi? Si potrebbe.
Da un rapido spoglio delle copiose normative si nota la periodica emanazione di provvedimenti che prevedono l’immissione in ruolo, di norma attraverso speciali graduatorie all’uopo compilate, di personale già in servizio per un determinato periodo di tempo. La legge 463 consente di abbozzare una scansione cronologica. L’art. 13, infatti, fa riferimento alle “graduatorie ad esaurimento” previste dalle leggi 29 marzo 1965, n. 336, 28 luglio 1966, n. 603, 28 marzo 1968, n. 359, 2 aprile 1968, n. 468 e 6 dicembre 1971, n. 1074”.
La presenza di personale precario in misura tale da indurre l’amministrazione ad una sistemazione dello stesso al di là delle procedure del concorso pubblico come disposto dallo stesso dettato costituzionale (art. 97 Cost.) rappresenta in realtà una costante del sistema scolastico italiano già negli anni ’60.
Un problemino. È un primo punto. Ci si pone, ora, un problemino.
Premesso che: 1) il precariato è un fenomeno endemico; 2) Per tutti gli anni ’60, ’70 e ’80 il Ministero della pubblica istruzione, salvo rarissime e brevissimi interruzioni è rimasto sempre e saldamente in mano ad esponenti della democrazia cristiana; 3) La sinistra è entrata nella “stanza dei bottoni” nel quinquennio 1996 – 2001 e, poi ancora nei 22 mesi dal 2006 al 2008; 4) Nel quinquennio 2001 – 2006 il Ministro apparteneva alla stessa parte politica dell’attuale titolare del Dicastero; si domanda: è possibile che la responsabilità tutta della sinistra? Ne siamo sicuri? Non sarà il caso di fermarsi un istante a riflettere?
Il sospetto che si tratti di un fatto strutturale non sembra campato per aria. Si potrebbe azzardare una modesta ipotesi di lavoro.
Il corso dei pensieri si interrompe. Le voci sul campo di bocce, quelli del tavolo di scopa…. Che fai sempre lì con il giornale in mano? Dai, facciamoci una birra, ma sì. Per oggi chiudiamola lì.
Alla prossima!

giovedì 24 settembre 2009

La precarietà dell'esistenza

Vista da quassù, l'Italia mi sembra sempre più irreale... Anche tenuto conto che, assolutamente, "qui non è il paradiso". Segnalo, off-topic ma non troppo visto che sempre di scuola si tratta, un concorso per Statistico bandito del Ministero dell'Istruzione, di cui so perchè un mio congiunto si trova fra i fortunati vincitori...
Il concorso si è tenuto, la graduatoria è stata fatta, sono state mandate lettere in cui si diceva di essere liberi da altro rapporto di lavoro per la data X (leggi: licenziatevi!), dopodichè in seguito a un qualche decreto legge Tremonti la cosa è stata bloccata per qualche mese (o qualche anno?). Chi si era licenziato, di cosa campa nel frattempo?
La faccenda mi fa pensare a un'intera generazione (fra cui tanti che mi scrivono per indicazioni su come tentare la fortuna in UK) che è stata costretta all'adolescenza a vita, a casa con mamma e papà fino a 40 anni perchè tanto sei giovane, mese più mese meno, un po' di gavetta se la fanno tutti, che vuoi che sia. Una carovana biblica di giovani (giovani???? a 35 anni??????) confinati nella sala d'aspetto della vita adulta fin quando non farà comodo agli altri, a chi "sta già dentro", a chi deve distribuire un favore e comprarsi un po' di consenso, a chi deve fare un altro po' di carriera a prescindere da qualunque merito o titolo.
E fra loro ci siamo noi, logicamente (cioè, escludendo me stesso finchè mi rassegno alla vita dell'emigrante e non cerco di rientrare in patria), gente che ha insegnato per mesi, anni, decenni senza poter costruire un progetto educativo, professionale, esistenziale. Sempre in anticamera, aspetta che tanto sei ggiovane. Dovrebbe essere un complimento (io ancora sono contento quando mi danno meno degli anni che ho), è diventato una specie di insulto, o una forma di benevolo razzismo (vabbè, ma tu sei ancora giovane, che pretendi...)
Su questo tema, sperando di produrre più riflessione e consapevolezza che depressione, ho chiesto al mio anziano genitore di scrivermi una storia del precariato nella scuola Italiana. Dopo qualche giorno mi ha detto che un solo post non gli basta, e quindi mi farà avere più puntate. Sarà che le persone anziane tendono ad essere logorroiche, sarà che lui - ahimè - per una vita ha lavorato per il nemico (il Ministero) e quindi ne ha parecchie da raccontare. Posteremo questi interventi nei prossimi giorni. Insieme, riprenderò anch'io a raccontare come vanno le cose quassù, somiglianze e differenze con la scuola Italiana, etc.
Nel frattempo, buon anno scolastico a tutti! Congratulazioni a chi già sa che lavorerà, in bocca al lupo e tutta la nostra solidarietà (per quello che vale) a chi è ancora in attesa.
E per chi ha bisogno di consigli per lavorare all'estero, non esitate a scrivermi: non disturbate mai.

mercoledì 9 settembre 2009

Cercare lavoro...

Scuola è ricominciata: non è male essere nello stesso posto dell'anno scorso e sapere che puoi restarci finchè hai voglia... per quanto un po' il paesello manchi. Prossimamente posterò altre osservazioni/riflessioni/elucubrazioni sulla scuola Inglese (e Italiana). Adesso, visto che un po' di gente mi ha scritto per informazioni e precisazioni sull'insegnamento in UK, penso che sia più urgente pubblicare qualche dritta generale ad uso e consumo di chi vorrà. Su come conseguire l'abilitazione qui ho già detto in uno dei primi post. Qui vi parlo in modo più dettagliato del processo di reclutamento, soprattutto per chi è già abilitato in Italia e vuole tentare la fortuna in Inghilterra...

Il reclutamento in UK è di tipo "privatistico" anche per le scuole statali. Ciò significa che i posti che si creano in una scuola devono essere pubblicizzati a livello nazionale. Chi è interessato fa domanda, alcuni di questi vengono invitati per un colloquio e poi la scuola sceglie chi assumere. Vediamo i passaggi in dettaglio.
Dove trovo pubblicizzati i posti disponibili??? Il grosso si trovano sul supplemento educazione del Times (www.tes.co.uk) o altri siti dedicati. Alcune scuole si affidano ad agenzie e in questo caso l'annuncio è pubblicato sul sito dell'agenzia. Hays è una delle agenzie più grosse del settore. Qui però bisogna stare attenti perchè il personale di agenzia ha un contratto diverso, un po' come il lavoro interinale in Italia. Certe scuole pubblicano i posti disponibili sul sito della Local Authority (circoscrizione o municipio) di competenza oltre che, logicamente, sul sito della scuola stessa. Comunque su TES si trovano molte offerte, continuamente aggiornate.
Come faccio domanda? Nell'annuncio è spiegato come fare. Alcune scuole accettano CV e lettera di presentazione (detta anche statement). Altre vogliono che il candidato compili una application form cartacea o elettronica che la scuola stessa fornisce a tutti gli interessati. In qualunque caso, c'è bisogno di indicare una o due persone a cui la scuola potrà chiedere una referenza (il preside di una scuola dove si è lavorato o si lavora attualmente, un altro datore di lavoro, il responsabile di un'organizzazione dove si è fatto o si fa volontariato, il proprio relatore di tesi...). In più, nella lettera di presentazione o in un apposito spazio della application form, dovrai spiegare alla scuola perchè ti dovrebbe assumere. Per fare questo è opportuno guardare bene la loro "job description", che normalmente contiene i criteri in base ai quali decideranno.
Cosa succede al colloquio? Normalmente il colloquio si compone di tre parti. Una è un giro informale della scuola e in particolare del dipartimento nel quale si lavorerebbe. La seconda è una lezione, o parte di lezione, a una classe della scuola, osservati e valutati da un altro insegnante. La scuola, nell'invitarti al colloquio, ti dirà su cosa devi fare lezione e a che fascia di età e abilità. Presentandoti, ci si aspetterà che tu abbia pronte delle risorse (powerpoint, materiale da dare ai ragazzi, attività da fare etc.) un "lesson plan" di cui darai copia alla persona che ti osserva. La terza parte (se la lezione gli piace) è un colloquio formale con tre persone: di solito il preside, un vicepreside e il capo dipartimento che diventerà il tuo diretto superiore.
Dopo il colloquio, le scuole di solito fanno sapere l'esito in brevissimo tempo, spesso il giorno stesso.

Dunque, cosa ti serve per cercare lavoro da insegnante in UK?
- Il riconoscimento della abilitazione. Per questo, la cosa migliore è rivolgersi al General Teaching Council (GTC) che è una specie di ordine professionale degli insegnanti.
- La capacità di scrivere una lettera che convinca chi assume a invitarti. Se c'è gente interessata posso inviarvi la mia come modello. In genere devi scrivere perchè ti piace quella scuola, perchè ti piace insegnare, cosa ti fa pensare di essere la persona giusta per loro.
- Un buon livello di comunicazione in Inglese per il colloquio e la lezione
- Una lezione ben preparata che tenga conto dei "pallini" della scuola Inglese. Su quest'ultima cosa presto invierò un post sulla struttura tipo della lezione quassù.

In bocca al lupo a tutti!

domenica 28 giugno 2009

What makes a good lesson???

In Inghilterra c'è la prassi di osservare e valutare le lezioni. Immagino che in Italia ciò darebbe moltissimi problemi. Primo, la nostra categoria non ama essere osservata e tanto meno valutata. Questo è vero qui come in Italia, ma qui ci sono abituati e lo accettano da molto tempo come parte della professione. Secondo, non credo che in Italia ci siano "criteri pratici" per valutare il successo di una lezione e, se ci sono, immagino che ci saranno anche un centinaio di accademici in Pedagogia e Scienze della Formazione con vedute divergenti su di essi...

Cosa osservano?
Quassù nell'isola delle nebbie (e della piova pesante a fine Giugno, dannazione!) c'è un maggiore sforzo di accordo. Dal dibattito accademico e dalla ricerca pratica sul campo emergono delle "politiche" e delle "strategie" che poi formeranno i criteri su cui la tua lezione viene valutata. Questo fa sì che l'innovazione e la condivisione della "buona pratica" siano assai più rapidi che in Italia. Il "contro" è che la valutazione di una lezione può essere abbastanza rigida e approssimativa. In più l'essere osservato sicuramente aggiunge stress ad un mestiere già di per sè stressante. Tuttavia, se fatta bene, ha anche i suoi vantaggi: ti provoca a riflettere su quello che fai in classe, ad considerare l'impatto di singole attività, strategie comunicative etc. sul singolo e sulla classe, a cercare prove concrete del fatto che i ragazzi stanno imparando qualcosa. A scuola mia (abbastanza esemplare di una media "evaluation form") il punteggio è diviso in:
- Planning. Quando sei osservato formalmente lo sai in anticipo e prepari un piano della lezione di cui darai copia all'osservatore. Un buon planning ha degli obiettivi chiari, una lezione in fasi (almeno tre), attività coerenti con gli obiettivi, strategie per "differenziare" (sottoporre un livello di lavoro adeguato sia ai più abili che ai meno abili) e per "includere" (coinvolgere nella lezione ogni ragazzo, qualunque sia il suo background familiare, etnico, i suoi atteggiamenti, eventuali problemi fisici o psichici etc.) Ultimamente io sono riuscito a prendere "outstanding" (eccezionale!!)in questo punto perchè nel "lesson plan" avevo citato per nome parecchi dei ragazzi, riferendo i loro problemi e il modo in cui intendevo fronteggiarli.
- Teaching. Cosa hai fatto di fronte ai ragazzi e come lo hai fatto? Qui l'osservatore cerca varietà di stili (stimoli visivi, auditivi, movimento e tatto, parti frontali, lavoro di gruppo, etc.), chiarezza nell'esporre concetti, organizzazione e sicurezza nel guidare le attività (vuoi parlare per un ora? la scuola Inglese NON fa per te...), uso intelligente delle domande... la lista potrebbe allunguarsi a dismisura. Diciamo che, anche se non è possibile dimostrare sempre tutto al massimo livello, se hai abbastanza passione non è difficile mettere insieme una lezione che sia un buono "spot" delle tue capacità di insegnare.
- Resources. Questo è il modo in cui usi quello che c'è in classe a parte te medesimo: materiali di laboratorio, risorse multimediali (c'è una lavagna digitale interattiva connessa ad internet in ogni classe: guai a te se non la usi!!) e naturalmente altri adulti presenti. A me è servito molto il fatto di essere costretto ad avere un incontro preliminare e un piano concordato con gli assistenti di classe (tipo i nostri insegnanti di sostegno) e di iniziare una collaborazione esplicita con loro.
- Progress. Qui si valuta se i ragazzi fanno dei progressi e se (nei limiti del possibile) ognuno fa progressi adeguati alle sue possibilità. La cosa che può sembrare stupida o stucchevole è che l'osservatore cercherà "prove" che questo avvenga nelle attività che i ragazzi svolgono, nelle risposte che danno all'inizio e alla fine della lezione, etc.
- Assessment for learning Sei in grado di valutare il livello di ogni ragazzo durante questa lezione? Comunichi al ragazzo questo livello in un modo che gli sia utile? La cosa in sè è estremamente utile come esercizio. Purtroppo nella mia scuola vogliono che io faccia continuo riferimento ai "voti" (o meglio, i "livelli" come li chiamano qui) e ai criteri per ottenerli, e io sono sempre stato ostile ai numeri come strumento spicciolo di valutazione (strano per un prof. ma vero). Comunque l'idea di valutazione formativa è decisamente interessate, quella magari per un altro post.
- Behaviour for learning. Questa è la cosa che mi ha dato più problemi: l'osservatore guarda il comportamento dei ragazzi e valuta quanto esso facilita o ostacola il loro imparare. L'osservatore guarda il tuo modo di gestire i ragazzi e l'impatto che questo ha sul loro atteggiamento, comportamento, relazione con te e fra di loro etc. etc. etc.

Questi criteri, e l'idea stessa che si possa valutare una lezione, sono aperti per commenti. Io stesso non ho una posizione molto netta in proposito. Sicuramente essere osservato mi è stato molto molto utile ed è stato utile a persone che conosco. Altrettanto indubbia è la pressione a cui si può essere sottoposti (soprattutto se si è in prova) e l'opinabilità dei criteri. Poi, ho anche visto esempi di stupida "applicazione" dei criteri: il prof. bravo e preparato sta facendo un ottima lezione, un ragazzo estremamente str.... (massì, proprio perchè vogliamo bene ai marmocchi, sappiamo quanto alcuni possano esserlo!) si alza, lo manda a cagare e se ne va, la signora Ispettora di Sua Maestà gli dà "sufficiente" per via di questo episodio (esattamente ciò che il ragazzo idiota voleva!)

C'è una (fra le tante) grossa contraddizione nel nostro mestiere: noi dobbiamo valutare i ragazzi (e secondo me dobbiamo anche essere valutati noi stessi, in qualche modo) ma i criteri di questa valutazione sono per forza provvisori e suscettibili di aggiornamento. Di cosa ha bisogno questo ragazzo per realizzarsi come persona, per esprimere il proprio valore nel mondo di oggi? E, di conseguenza, qual è il modo migliore di dargli ciò di cui ha bisogno? In che modo possiamo darlo a tutti i ragazzi che sono in classe?
Non c'è risposta certa. Il fatto è che, mi sembra, in Italia questa incertezza diventa una scusa per non essere valutati in nessun modo (Chi è lei che mi vuole valutare? Lo sa che non è possibile valutare quello che faccio? Lo sa che i risultati si vedranno fra una generazione o due? E allora che ci fa ancora lì???) Con tutta l'incertezza, qualche paletto si potrebbe anche fissare. Tipo: se il prof. sta leggendo il giornale tutto il tempo, o parla ignorando se la classe capisce o no, magari non è una buona lezione. Se i ragazzi stanno tutti guardando lui, fanno domande etc. magari è una buona lezione.

Valutazione a parte, la cosa che sicuramente salverei e "importerei" è l'osservare ed essere osservati (anche e soprattutto fra "pari grado"). Questo in Inghilterra è buona pratica anche al di là delle osservazioni formali "con voto". Andare a vedere (o accogliere in classe) colleghi di materie del tutto diverse come musica o teatro e discutere insieme su cosa "funziona" meglio o peggio e confrontare i nostri punti di vista è un'esperienza impagabile che mi mancherà se e quando rientro in patria.

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